Le otto proposte conclusive del documento sul lavoro elaborato dal progetto culturale Cei.

Le otto proposte conclusive del documento sul lavoro elaborato dal progetto culturale Cei.

Liberare il mercato del lavoro Di fronte alla forte diversificazione dei mercati e delle economie occorre non irrigimentarle in modelli standard (come

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Mani-2Liberare il mercato del lavoro
Di fronte alla forte diversificazione dei mercati e delle economie occorre non irrigimentarle in modelli standard (come fanno i contratti nazionali) e usare diverse forme di denaro. Occorre favorire le forme di lavoro di co-produzione, lavoro fra pari, produzione e consumo insieme, lavoro di cura, nel settore del privato sociale. Anziché gli sgravi – da usare solo in maniera mirata e per le emergenze – meglio promuovere la contrattazione aziendale e territoriale. Andrebbero promossi anche i cosiddetti contratti di tipo relazionale, che trattano il lavoro per le relazioni sociali che implica, includendo oltre alla prestazione, anche servizi di welfare per la famiglia, misure assicurative e previdenziali che seguono il nesso fra i gradi di libertà del lavoratore e le sue responsabilità nell’impresa.

Più formazione
Occorre che le imprese si facciano carico della capacità di innovazione nella formazione del capitale umano e che siano sostenute da un sistema scolastico, universitario e di ricerca capace di competere sul piano della globalizzazione. Occorrerebbe fare entrare più lavoro anche negli istituti tecnici e nei licei, puntando sulla promozione delle esperienze di alternanza scuola-lavoro. Sarebbe urgente incoraggiare la diffusione dell’apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale per i giovani tra i 15 e i 18 anni, così come l’apprendistato di alta formazione. Le principali barriere di ingresso dei giovani risiedono soprattutto nell’assenza o debolezza di adeguati percorsi di transizione dalla scuola al lavoro, che sappiano connettere sinergicamente il mondo del sapere e quello del saper fare.

Una nuova idea di produttività
Pensare che il solo aumento di produttività in senso quantitativo possa risolvere il problema dei salari rientra in una vecchia logica. Va superato il concetto di PIL (prodotto interno lordo) con quello di BIL (benessere interno lordo). La produttività deve essere il risultato di un altro modo di lavorare, più attento alle ricompense intrinseche al lavoro e alla possibilità di scambiare parte del compenso monetario con servizi di qualità sociale per i bisogni delle persone, delle famiglie, delle comunità. La maggiore produttività è presente oggi nelle imprese che praticano il welfare aziendale, o la cittadinanza dell’impresa (corporate citizenship), con la quale i lavoratori si sentono protetti e sostenuti in un largo spettro di bisogni nella loro vita, a prescindere dal “monte salari”.

Una nuova cultura del lavoro
Una nuova cultura del lavoro deve prendere atto che il lavoro è sussidiario alla persona umana e alla famiglia, e non viceversa. Quando un’impresa modifica la sua divisione del lavoro, quando adotta misure di welfare aziendale si tratta di vedere se queste iniziative corrispondono effettivamente alla realizzazione dei fini umani della persona e al sostegno delle sue relazioni familiari o, invece, rispondono a criteri di mera utilità e profitto dell’impresa. L’idea di fondo è promuovere un lavoro che elevi la qualità della vita, non solo benessere materiale (welfare) e psicologico (well-being), ma anche e soprattutto vita buona in senso morale. Da promuovere i contratti relazionali che, oltre alla parte retributiva e normativa, contemplano anche le misure di conciliazione fra l’impegno lavorativo individuale e i tempi e i servizi necessari alla sua famiglia.

Una nuova cultura del merito
È evidente a tutti che il sistema-Italia non premia il merito, non valorizza le persone, non punta a sviluppare le potenzialità del lavoratore, in particolare per le donne, ma fa esattamente il contrario. Parlare di cultura del merito significa dunque rimettere la persona al centro dell’economia e farne il perno di sviluppo sociale. Ma per ottenere questo, occorre praticamente ribaltare le regole che di fatto prevalgono nel mondo (nei mondi) del lavoro in Italia.

Investire maggiormente sul patrimonio artistico e sull’innovazione scientifico-tecnologica
L’Italia ha tutte le potenzialità per creare anche nel lungo termine lavoro qualificato, ma deve puntare di più sulla cura del suo grande patrimonio artistico e paesaggistico e sulla scienza: i due soli pilastri su cui possono fondarsi il turismo e l’innovazione tecnologica, motori primari dello sviluppo economico di un paese povero di risorse naturali. Gli investimenti pubblici devono essere duplicati e quelli privati triplicati; occorre investire in scienza, e occorre farlo anche in tempi di crisi perché per arrivare a un livello decente ci vogliono dieci-quindici anni. E tra dieci-quindici anni il lavoro avrà sicuramente un ancora più alto contenuto scientifico-tecnologico.

Il lavoro “a regola d’arte”
Uno dei patrimoni più grandi dell’Italia è rappresentato senz’altro dal lavoro artigiano. Si tratta di una cultura del lavoro basata sull’eccellenza, sulla maestria, su quel gusto del fare, e del far bene, che abbiamo saputo estendere dalle piccole botteghe artigiane fino a molte delle nostre medie imprese. Il successo del cosiddetto made in Italy dipende per l’appunto dalla capacità di molte nostre imprese di saper inglobare in se stesse la maestria del lavoro artigiano. La nostra idea è che riguardo sia alla produzione delle merci, sia alla produzione dei servizi dovrebbe essere sempre richiamata l’importanza di una cultura del lavoro “ben fatto”, di un lavoro “a regola d’arte”, e per questo capace di produrre soddisfazione tanto nel lavoratore che lo fa, quanto in colui che a vario titolo ne usufruisce.

Lotta alla precarietà
La lotta alla precarietà va portata su un piano culturale che superi gli schemi antiquati, in gran parte derivati da quelli marxisti, secondo i quali la precarietà è solo uno strumento di sfruttamento nelle mani del capitalista. Non si è capito che è l’intera società che sta cambiando, che la precarietà è un aspetto intrinseco di quella che ormai è nota come “società del rischio”. La precarietà del lavoro è connessa, in via più generale, alla cultura di una tarda modernità che rende precarie le scelte di ogni giorno, gli stili di vita. È un intero modello di società che sta scomparendo, quello dei lavori fissi, stabili, a tempo indeterminato, mentre sorge una società delle attività e dei lavori che andrebbe compresa e allevata con saggezza, non certo con i vecchi strumenti della concertazione sindacale o con gli schemi della struttura di classe. Dobbiamo metterci all’opera per dimostrare che una nuova cultura del lavoro è possibile, una cultura del lavoro che sia per l’uomo e quindi per il lavoro.

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